30/1/2016

Contamin-azioni 2016:

l'appuntamento di gennaio


E' iniziato il ciclo di incontri “Contamin-azioni”, che si terrà fino a giugno ogni secondo martedì del mese.

Molti i volontari di Servizio Civile Nazionale e di Servizio Solidale che si sono dati appuntamento al Polo di aggregazione “Toti” per il primo incontro: giovani, fondamentalmente, che con l'aiuto di varie figure legate all'associazionismo hanno approfondito i temi della partecipazione, della cittadinanza attiva, della rappresentanza di istanze dal basso


Come ha ricordato Giuliano Gelci, di ARCI Servizio Civile FVG, “Contamin-azioni è uno dei contenitori di idee e proposte che contribuisce ad arricchire quell'anno di esperienze che è il servizio civile”.

E di esperienze si è discusso durante la serata, a partire dalle testimonianze dei molti relatori intervenuti, come Alessandro Valle – formatore nazionale di ARCI Servizio Civile e operatore in ARCI Ragazzi nella città di Vicenza – che ha discusso della creazione di nuovi linguaggi resa possibile dalle forme di associazionismo che nascono dal basso, libere da impostazioni provenienti dall'alto e per questo autenticamente socializzanti.


Molto spesso si pensa che siano questioni scontate, date una volta per tutte: eppure i padri costituenti sentirono l'urgenza di inserirle tra i fondamenti della carta costituzionale, con “la preoccupazione di rompere con il passato del regime fascista”.


L'aggregazione e l'associazionismo, soprattutto quello giovanile – componente della società che è più di tutte portatrice di cambiamento– sono da considerare come fattori imprescindibili delle democrazie, osteggiati dai regimi dittatoriali per questa loro natura.


Che dire allora di una società in cui l'associazionismo è in crisi e soffre nonostante il diritto sulla carta ne sia garantito?


Eppure la voglia di “farsi gruppo” – come strumento educativo, come palestra di cittadinanza, come motivo di aggregazione – viene ancora percepita come una necessità.

Come lo era in passato, anche grazie ad una serie di condizioni, tra cui non ultima una radicale istanza di cambiamento che, negli anni '70 soprattutto, attraversava l'intero tessuto sociale e lo impregnava di un'importante linfa vitale.

Ne parlano Fulvio Vallon e Luca Gandini, testimoni in prima persona delle attività del CTL, Centro per il Tempo Libero: a Trieste si trattava di un gruppo di 50 ragazzi dai 16 ai 17 anni che ogni sabato si ritrovavano per sperimentare e praticare nuove forme di socialità, non codificate e fondamentalmente autogestite.


Una vera e propria comunità, di cui Fulvio Vallon ricorda soprattutto le vacanze studio, che offrivano la possibilità di incontrare altri ragazzi da tutta Italia.


Tra le attività ce ne era una in particolare: la “lettura del territorio”, ovvero gli incontri con le realtà locali e la raccolta di informazioni dei luoghi che visitavano, che permetteva di mappare il territorio attraverso le sue esperienze e le sue espressioni. Attività apparentemente “normali”, ma la cui particolarità era la possibilità di “restituire” ciò che si riceveva, innescando processi di reciprocità e condivisione.


Di grande interesse, poi, la riflessione di Luca Gandini. Quel mondo – ricorda - non fu fine a se stesso. Dagli spazi e dalle opportunità che si vennero a creare, nacque anche quell'universo – oggi molto esteso – della cooperazione sociale, anche a partire dalle sperimentazioni dei “gruppi di autoimpiego”. Si trattava cioè di tradurre il desiderio di cambiamento in un vero e proprio progetto di vita, persino in un lavoro.


Altra esperienza, vissuta da molti ragazzi di Trieste, fu quella dell'associazione La Marmotta, nata negli anni '80 con l'intento di proseguire le attività della Scuola Pitteri anche oltre il periodo scolastico.


L'embrione del gruppo nacque nella scuola stessa, che si trovava nel rione di Città Vecchia, al tempo in condizioni di forte degrado.


In quella scuola si sperimentavano linguaggi e attività nuove, da affiancare ai più rigidi programmi ministeriali. Si stimolava la ricerca, all'insegnante si affiancava l'operatore, come collante ideale della comunità che si veniva a formare, e si cercava di “riempire il tempo di senso”, ricorda Roberta Sodomaco, ex alunna della scuola. “Era una visione quasi estrema. Guardavamo film come l'uomo di marmo, dei 'mattoni polacchi'”. “Eppure – continua – lì abbiamo appreso e dato vita ad un'esperienza fondamentale per la nostra educazione”.


Modi diversi di costruire nuove esperienze, forse non educative in senso classico. Il valore formativo veniva dopo, in un secondo tempo, come deposito delle attività che avevano prima di tutto un fine sociale, aggregativo, comunitario. E soprattutto inclusivo.


“Mi ricordo – racconta Tea Giorgi, una delle fondatrici de La Marmotta – di un episodio molto significativo: mentre stavamo svolgendo alcune nostre attività in un centro di aggregazione che stavamo utilizzando temporaneamente, si affacciò un bambino alla finestra che iniziò a osservarci con curiosità. Alla fine ci chiese: Posso entrare anch'io? E si unì al gruppo. Scoprimmo poi che era stato cacciato da quel ricreatorio, perchè era considerato una testa calda. Con noi, invece, restò molto tempo. Scoprì il valore dello stare assieme”.